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    Sono molte le persone che vorrebbero avvicinarsi all’ipnosi e verificare se essa può contribuire a trattare clinicamente alcuni disturbi, come altri metodi e approcci  psicoterapeutici o in concomitanza con alcuni di essi, se non in alternativa ad essi.

    Cos’è che rende esitanti o addirittura timorose alcune di loro? Innanzitutto l’ immaginario sull’ipnosi creato da film e spettacoli in televisione. La dice lunga un famoso ipnoterapeuta americano , Deirdre Barrett, della Harvard Medical School, quando, in un’indagine accurata sulla percezione  del mondo ipnotico così come viene presentata nel cinema (esamina più di 300 film), individua i più ricorrenti stereotipi diffusi dai media. Un assaggio? “Quando un ipnotista appare sullo schermo aspettati il peggio. Se la sua induzione mette in evidenza passaggi di mani “magnetiche”, sta probabilmente per costringere qualcuno a commettere un crimine. Se ipnotizza con un intenso sguardo fisso, il suo intento è più probabilmente di seduzione - infatti molte induzioni sulla scena sono simili al contatto oculare che gli etologi hanno etichettato come “sguardo copulatorio”. Stereotipi del genere agiscono inconsciamente alla base di timori e perplessità nonostante oggi sia disponibile una serie enorme di studi scientifici sia sull’efficacia del trattamento ipnotico in ambito clinico e psicosomatico, sia sui correlati neuro-fisiologici dell’ipnosi (strutture limbiche, cioè del cervello emotivo, coinvolte : l’ippocampo, il corno di Ammone e l’ipotalamo).
 
    Tali studi evidenziano che in una persona che si trovi in stato  ipnotico si modificano gli schemi abituali di controllo, varia la presenza di monitoraggio dell’Io e si crea una condizione in cui è possibile cambiare il modo di accedere e di utilizzo dei sistemi di apprendimento legati alla memoria stato-dipendente. Detta in termini più accessibili, vuol dire che gli apprendimenti esperienziali, quindi le reazioni apprese agli stimoli, che vedono una integrazione continua tra memoria e cognizioni, in trance possono essere evocati e modificati. Anche esperimenti recenti, relativi a soggetti altamente ipnotizzabili, in cui si è usata la PET nell’area del lobo cingolato della corteccia anteriore destra (H.Szechtman, McMaster University, Ontario, Canada. 1998), hanno confermato che, mentre c’è una risposta diversa delle aree interessate a seconda che i suoni percepiti dal soggetto siano reali o immaginati, questa differenza scompare quando si raffrontano le risposte tra suoni realmente sentiti e allucinazioni uditive indotte in trance: ciò ci costringe a riconoscere che il cervello dei soggetti ipnotizzati si è lasciato ingannare scambiando per vera la voce allucinata.

    Per chi è in grado di fare un passo fuori dalla “trance culturale” che fa leva sulle nostre zone oscure, non è difficile scoprire che l’ ipnosi è ormai considerata una tecnica terapeutica “evidence based”, anche se le teorie che spiegano “come agisce l’ipnosi” e i suoi “effetti” sono più di una e la trance è ritenuta una comune esperienza quotidiana, che si verifica di continuo, al di là delle intenzioni della persona e dell’intervento di un ipnotista. Tuttavia occorre riconoscere che chi arriva nello studio di un ipnoterapeuta, ovvero di uno psicoterapeuta specializzato in Ipnosi Clinica, in genere le ha provate tutte senza successo, e si aspetta prevalentemente il tocco di “bacchetta magica” (tracce della bacchetta magnetizzata di Mesmer, 1734-1815); è noto che   egli attribuiva ad un fluido che usciva dalle sue mani e alla sua bacchetta di metallo gli effetti spettacolari delle guarigioni che era in grado di produrre), una bacchetta magica che trasformi il ranocchio in principe, magari, e, meglio ancora, a sua insaputa.
 


Un’immagine storica: MESMER ipnotizza una donna
 col ” fluido magnetico” delle mani


    Non è stato semplice, difatti, nel secolo appena passato, superare l’immagine dell’ipnosi come una procedura magica in cui il soggetto, anche adulto, perderebbe il controllo della propria volontà e sarebbe in totale balia di un ipnotizzatore. A questo alone misterioso hanno contribuito i cerimoniali, i passi, la fissazione degli occhi e altre manovre peculiari che nel corso dei millenni hanno accompagnato l’uso della pratica ipnotica quando era esercitata da sciamani, sacerdoti, predicatori, ricchi borghesi o parapsicologi su una popolazione largamente analfabeta e facilmente impressionabile. Si aggiunga che, quando l’ipnosi è tornata in auge nel 1700, spesso tale pratica era diretta a persone fortemente disturbate e le risposte ipnotiche non lo erano da meno (convulsioni isteriche); ciò spiega l’alone di straordinarietà che circondava chi, con l’ipnosi, riusciva a far sparire rapidamente dei sintomi decisamente vistosi. La storia dell’ipnosi moderna annovera studiosi, che, a partire da Mesmer (teoria del magnetismo animale), hanno sperimentato, praticato, teorizzato e denominato in maniera a volte molto diversa tutto ciò che è confluito nella moderna dell’ipnosi.

     I nomi più conosciuti dopo l’esperienza mesmeriana sono: l’abate J.C.Faria (1750-1818, teoria del sonno lucido), J.Braid (1795-1860, inventore della parola ipnotismo, teoria del monoideismo), A. Liebault (1823-1904) e H.Bernheim (1840-1919, co-fondatore della Scuola di Nancy, teoria della suggestibilità), J.M.Charcot (1825-1893, ipnosi come nevrosi sperimentale basata su una condizione fisiologica alterata del sistema nervoso), S.Freud (1856-1939, teoria dello stato regressivo dovuto al transfert sul medico), P.Janet (1859-1947, teoria  della coscienza seconda, dissociata da quella primaria che agisce nello stato di veglia), C.Hull (1884-1952, teoria dello stato di generalizzata ipersuggestibilità, distinto dallo stato normale solo per un aspetto quantitativo, per cui l’ipnosi non ha niente a che vedere col sonno), M.Erikson (1901-1980, il più grande e geniale innovatore dell’ipnosi in ambito terapeutico, ipnosi moderna), E.Rossi (allievo di Erickson, vivente, teoria psicobiologica  o stato-dipendente della comunicazione mente-corpo e della guarigione psicofisica).

   Oggi i modelli con cui si spiega cosa succede durante lo stato ipnotico sono fondamentalmente due. Il primo sottolinea l’aspetto cognitivo-sociale, sostiene che l’ipnosi non coincide con un unico stato fisiologico, e che i comportamenti ottenuti tramite ipnosi possono essere ottenuti con altri metodi. Gli studiosi più noti di quest’orientamento sono Barber, Sarbin, Coe : essi mettono l’accento su fattori motivazionali e psicosociali e sostengono che il ruolo essenziale degli effetti ipnotici sarebbe da attribuire alla modulazione della comunicazione e delle aspettative. Il secondo modello, detto anche neo-dissociativo, è stato sostenuto da Hilgard nella seconda metà del secolo scorso e si riallaccia in parte alle intuizioni di Janet. Secondo questo modello, l’ipnosi produce una dissociazione tra le due fondamentali funzioni della coscienza : la funzione esecutiva, che noi usiamo per controllare il comportamento, e la funzione di monitoraggio che usiamo per osservare il comportamento. Nello stato ipnotico si modificherebbe temporaneamente la gerarchia tra i sottosistemi delle persona coinvolta.
 

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