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Un Caso Stampa E-mail

      Partiamo da un esempio concreto . Una persona viene in terapia individuale chiedendo espressamente  di sottoporsi ad ipnosi regressiva perché soffre, sin da bambina,  di una fobia dell’acqua  che le limita estremamente la vita per le manovre di evitamento che è costretta a fare al fine di tenere a bada l’ansia e il sonno disturbato da incubi frequenti da cui si sveglia sudata e terrorizzata mentre, nel sogno, sta passeggiando sulla riva di un torrente vicino alla sua casa dell’infanzia. L’intervento di prima scelta con l’ipnosi è stata la regressione d’età (affetto-ponte, album, scala della vita e tutte le metafore che si dimostrano utili nell’esperienza ipnoterapeutica). 

     Di solito, se ci sono state esperienze di rischio di annegamento e di sensibilizzazione all’acqua come pericolo in età infantili successive ai tre anni, il ricordo emerge durante l’esperienza della trance o nei sogni delle settimane successive, talvolta in improvvisi flash nella vita diurna o nell’attrazione verso un manifesto pubblicitario che allude al tema (piscina, mare, laghi, fiumi..). In questo caso, dopo alcune sedute di regressione d’età, non è stato possibile ancorarsi a qualcosa di indicativo, nemmeno il cordone avvolto al collo in fase espulsiva durante la nascita o la rottura delle acque con parto imprevedibilmente precipitoso e accidentato. In seconda istanza ho cominciato a lavorare con l’ipnosi regressiva a (ipotetiche) vite passate. Emergono varie “vite”, tutte finite nell’annegamento, con varianti di situazioni di scarsa importanza. Dopo un lavoro integrativo come se la cosa riguardasse lei e conseguente miglioramento della sintomatologia fobica, la svolta realmente decisiva c’è stata quando ho suggerito alla paziente di fare indagini sulla sua genealogia: con meraviglia e sorpresa  abbiamo recuperato la storia familiare di una bisnonna paterna morta per annegamento in un incidente. Come dire: una specie di  traumatizzazione vicaria, trans-generazionale, per prendere in prestito e adattare un termine che si riferisce al fenomeno della traumatizzazione dei familiari di soldati reduci dal Vietnam studiati da C.Figley ed estensibile al burn-out frequente tra i colleghi impegnati nelle relazioni di aiuto e che seguono molti casi di  traumi. Questo di sintomi non legati a storie personali, ma familiari è un fenomeno che si riscontra frequentemente nelle rappresentazioni delle Costellazioni Familiari.

      L’ultima parte del lavoro , sempre con l’ipnoterapia, è stato centrato sull’incontro con questa antenata. Nel frattempo i sintomi iniziali sono andati scemando man mano e, al follow-up sono risultati di lieve intensità, tanto che la paziente in questione ha concluso la psicoterapia e sta smaltendo i residui con tecniche di auto-ipnosi e di EFT, autogestite, di cui mi riferisce di tanto in tanto al telefono.

       Mi pare di poter riaffermare una cosa essenziale : comprendere che  l’obiettivo di un lavoro regressivo non è ricostruire una verità giudiziaria, ma ri-collocare un’ esperienza che, così come viene ricordata o percepita nel corpo o nella psiche, tiene legato il soggetto ad un passato che non è più modificabile. Nel caso riportato le emozioni  che la paziente di cui sopra provava durante gli attacchi d’ansia nella vita da sveglia e in quella onirica, come pure durante una trance di incontro con questa sfortunata antenata, erano fortissime. Il lavoro più impegnativo, per me e per lei, è stato quello di accompagnarla in varie sedute a lasciar parlare il suo corpo emotivo,  dialogando con esso mentre si immergeva in  sensazioni che si presentavano improvvisamente, e facendo ricorso a tecniche-shermo per una pausa quando esse erano troppo invasive, modulando associazione/dissociazione di fronte alle immagini che davano raccontabilità al film che si dipanava sul e nel suo schermo interiore. Di fatto, creando a più riprese una efficace de-sensibilizzazione.

      Queste sensazioni ed  emozioni erano le sue ? O dell’antenata? Ed e’ mai verificabile se l’antenata si sia sentita come si sentiva lei durante gli attimi di quelle conclusioni sfortunate delle sue vite “precedenti” ?  E, poi, conta davvero rispondere a questa domanda ?

      Quello che si è rivelato importante e risolutivo è stato l’utilizzo di strumenti  terapeutici  orientati ad una sola finalità : effettuare un “viaggio”, inteso come  una metafora antica delle trasformazioni di consapevolezza che la vita ci impone, una metafora antica che è presente in tutte le letterature, dall’Odissea al romanzo contemporaneo. Questo viaggio, se accompagnato senza pretese, ma con attenzione all’altro e con responsabilità professionale, di solito migliora in modo sorprendente il benessere generale di chi lo intraprende. Esso dà al cliente/paziente l’opportunità di re-impostare l’errore, l’invischiamento, il vittimismo, l’impotenza. Questo lavoro, a sua volta, diventa un nuovo imprinting che, anche in poche sedute, può elicitare  cambiamenti che si traducono in trasformazioni di lunga durata.

 

                                                                                          


Viaggio tra porte e misteri

       Ma il nostro aiuto  va dato con discrezione, e tirandosi indietro appena possibile. Forse, a noi stessi, che siamo solo degli psicoterapeuti, occorre ricordare di immunizzarsi continuamente dalla presunzione che le nostre cosiddette conoscenze “scientifiche” siano il massimo che l’umanità possa raggiungere. Questo atteggiamento è duro da accettare per il nostro Ego, ma,  se in alcune cose siamo in grado di essere di aiuto, lo dobbiamo alla capacità di rinunciare a ideologie e fideismi nelle nostre conoscenze riguardo all’animo umano, e alla disponibilità a mantenerci aperti al mistero.

 

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