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I sogni: un mondo misterioso Stampa E-mail
Perché vede più certa cosa
l’occhio nei sogni,
che colla immaginazione,

stando desto.
[Leonardo da Vinci , AR. 278 v.]

I sogni costituiscono l’opera d’arte che ogni notte ciascuno di noi crea in una condizione che non è, come si potrebbe credere, di in-coscienza , ma uno stato diverso di coscienza. Talvolta essi svaniscono all’alba, talaltra rimangono impressi nella nostra memoria come filmati in cui ogni particolare è presente in maniera indelebile, infine può accadere che essi lascino solo delle sensazioni senza immagini che  ci facciano cogliere un senso a ciò che sentiamo al risveglio. Per lo più i sogni ci lasciano la convinzione di non aver sognato affatto.
Ma, quando cominciamo a prestare loro attenzione, essi ci parlano: nel dirci  di noi quello che ci occorre sapere in quel momento, e lo fanno in maniera sia letterale che simbolica, articolandosi in sequenze di un linguaggio pittografico primitivo che la lingua, la quale si è evoluta secondo i princìpi della logica formale, stenta a cogliere, riconoscere e tradurre.
Santi, mistici, artisti e scienziati di tutte le epoche si sono affidati ai sogni per ottenere ispirazione o trovare soluzioni a questioni complesse. Gli antichi, infatti, tenevano in gran considerazione i sogni: li ritenevano inviati dagli Dèi per curare le infermità degli uomini, per aiutarli a prendere decisioni di rilievo (pace, guerra, sacrifici) tanto che per i Greci il tempio di Asclepio era il luogo sacro per antonomasia, il luogo in cui la divinità poteva parlare a chi, seguendo il sacro cerimoniale, si disponeva a coglierne la presenza e la potenza.
Accanto al valore sacro dei sogni, già con Eraclito, prende piede una visione naturalistica dell’attività onirica. Il punto di arrivo di quest’ultimo approccio in Occidente è costituito da due filoni che non sembrano potersi conciliare : da un lato c’è quello della ricerca sulla fisiologia del sonno che, nel secolo scorso,  scopre le fasi REM e Non-REM e da lì si spinge ad affermare che l’attività onirica è uno «scarto della coscienza», uno scarto assolutamente privo di senso; dall’altro c’è la ricerca psicologica che ha elaborato fin dagli inizi del ‘900 i metodi di indagine che – con le varianti  dimostratesi necessarie - si utilizzano ancora oggi. L’assunto di questo filone è che nella dinamica psicologica individuale i sogni abbiano senso –  possano pertanto essere interpretati come altri «sintomi» - e che essi rinviino a difficoltà e conflitti inconsci personali del sognatore risalenti all’infanzia (S.Freud) e riattivati da situazioni presenti. Accanto a tali sogni, che ci fanno intravedere tracce della nostra archeologia individuale, ci sono esperienze oniriche caratterizzate da temi  trans-personali che possono affiorare  in alcune fasi e periodi significativi di svolta nella vita: parliamo di quelli che C.G.Jung chiama i grandi sogni che, con la indimenticabile carica energetica di colori, numeri, figure geometriche, personaggi mitici, archetipi ( Anima, Animus, labirinti, musica, mandala…) ci mettono in contatto con immagini e sensazioni fuori dal tempo, proiettando l’inconscio individuale in una dimensione più vasta che Jung chiama Inconscio collettivo. Il sogno, allora, parla la stessa lingua dei miti e delle religioni di tutte le tradizioni.
La pratica delle interviste oniriche su cui lavoriamo da anni, sia nell’ambito clinico che in quello della crescita personale in cui non assumiamo che i sogni siano necessariamente sintomi, bensì segni di istanze spesso inconsce della persona, ci permette di dare uno sguardo ravvicinato a questo universo facendo ricorso a spunti metodologici che rimandano  alla Psicanalisi, alla Psicologia Analitica, alla Gestalt , all’Ipnosi , al Sogno da svegli guidato fino alle tecniche  elaborate dai maggiori studiosi moderni di sogni e sogni lucidi ( La Berge).
Quali che siano le teorie che ci conquistano di più, occorre riconoscere che, quando dal sonno profondo scivoliamo nel sogno, da un lato «regrediamo» a forme di pensiero pre-logico, da un altro abbiamo l’occasione di «progredire» se sappiamo cogliere gli elementi delle nuove sintesi di cui abbiamo bisogno per crescere nella totalità del nostro essere.

 

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